Elyas Lunardi
15 febbraio 2026
Sono un ragazzo di 27 anni cresciuto in Ticino, ad Ascona. Sempre affascinato dall’architettura, dopo il liceo ho deciso di proseguire gli studi, terminandoli nel dicembre 2024 al Politecnico di Zurigo (ETH). Non ho mai capito da dove nascesse questo interesse: mi ritengo uno dei pochi a non averlo ereditato, non essendoci alcun architetto nel mio albero genealogico. Ho iniziato l’ETH senza mettere in discussione la materia, imparando col tempo a conoscerne sia gli aspetti che mi mettono in difficoltà sia quelli che più mi affascinano.
Il mio ingresso nel mondo del lavoro è avvenuto presso un piccolo studio di architettura a Zurigo, il quale mi ha permesso sin da subito di assumere molte responsabilità e di approfondire sul piano pratico contenuti che, nel corso degli studi, avevo solo sfiorato. I seguenti paragrafi descrivono tre impressioni maturate durante questo viaggio di sette anni a stretto contatto con una disciplina millenaria che accompagna ognuno di noi, consapevolmente o meno, per tutto l’arco della vita.

Applicato alla pratica architettonica ho capito invece che la superficialità è una qualità fondamentale: dobbiamo accettare il fatto che ogni progetto non può essere sviluppato da un singolo architetto senza il supporto di altri.
Elyas Lunardi, 27 anni
Architetto, diplomato in architettura presso ETH (2024)
La superficialità: spesso connotata negativamente, in questo contesto intendo tuttavia elogiarla. Nei primi anni di scuola un professore mi ha insegnato una parola che esiste solo in tedesco: “Fachidiot”. Tradotto letteralmente: “idiota di settore”, uno specialista ristretto, esperto ma incapace di avere una visione d’insieme. Mi piace perché, in tono ironico, rappresenta tutto ciò che noi architetti non siamo. In effetti, prima di intraprendere gli studi di architettura, ho sempre percepito come un limite il fatto di sapere tanto di molto, ma mai tutto di qualcosa. Applicato alla pratica architettonica ho capito invece che si tratta di una qualità fondamentale: dobbiamo accettare il fatto che ogni progetto non può essere sviluppato da un singolo architetto senza il supporto di altri. È pertanto essenziale disporre di una conoscenza “superficiale” di tutti gli aspetti del progetto, in particolare per la realtà interdisciplinare con cui siamo confrontati noi architetti, di cui parlerò qui di seguito.
L’interdisciplinarità: ciò che trovo affascinante di questo mondo è come, anche nei progetti più contenuti, si intrecci una rete di interessi che, se ben realizzati, diventano simbolo di compromesso e comunicazione. Infatti, i progetti coinvolgono diversi attori e ruoli: in primis il committente, portatore di un sogno da realizzare; l’architetto, che lo traduce in realtà con la propria visione; l’ingegnere civile, che ne cura gli aspetti strutturali; seguono elettricisti, ingegneri sanitari, enti pubblici, banche e politica, dai quali è fondamentale ottenere consenso per evitare i temuti ricorsi. Il nostro ruolo è quello di destreggiarci fra i diversi attori. Siamo al centro di questa ragnatela: riceviamo input, li elaboriamo e restituiamo output, in un ciclo continuo che influenza tutti gli interlocutori. A ogni iterazione devo cercare di soddisfare gli interessi altrui, proteggendo nel limite del possibile l’idea originaria. Questa è la prassi architettonica così come l’ho vissuta finora: lenta, se confrontata con un mondo dettato da efficienza e rapidità. Saper soppesare gli interessi diventa dunque inevitabile: il dilemma dell’architetto è infatti la tensione tra perfezione e tempo, che nasconde sempre motivi economici. Per trovare questo equilibrio devo tuttavia capire cosa sto facendo e se lo sviluppo del progetto è in linea con il contesto. Senza conoscenza non posso valutare criticamente il mio lavoro. E qui entra in gioco la mia ultima impressione.
Formazione permanente: quanto mi è stato insegnato durante i miei studi non è sufficiente per diventare un bravo architetto. Sebbene la teoria trasmessami fosse sì una risorsa preziosa e fondamentale per comprendere l’architettura, essa mi veniva somministrata quasi fosse “pappa pronta”, senza stimolare un approccio critico e concreto alla materia. Nella realtà, un buon architetto deve stare al passo con i tempi e sapersi adattare ai bisogni sociali, economici ed ecologici – capacità che richiedono una formazione permanente ed autonoma dell’architetto. Ciò non è tuttavia scontato: il tempo dedicato al lavoro non sempre basta, e la ricerca individuale trova così anche spazio nel tempo libero. È pertanto alta la tentazione di sprofondare nella poltrona del conosciuto e accontentarsi di soluzioni mediocri. Ancora una volta, l’architetto deve confrontarsi con contrapposizioni di interessi e deve bilanciare con maestria il rapporto tra benessere mentale e perfezionamento personale. Altrimenti, si rischia di scivolare nella monotonia.