Intrusi in terapia

Alessio Simonini

9 febbraio 2026


Vi è mai capitato di chiamare uno Studio per iniziare una psicoterapia e sentirvi dire di venire accompagnati dai vostri genitori o, magari, dal vostro partner? Oppure vi è successo che, a un certo punto del percorso, il/la terapeuta vi chiedesse di invitare un fratello o una sorella? A questo punto forse vi chiederete: perché mai dovrei accogliere un intruso all’interno del mio percorso di terapia?

La risposta a questa domanda potrebbe risiedere nei diversi livelli di realtà che viviamo, nei macro e nei microsistemi di cui siamo circondati.

Partendo da un’ottica macro, a livello socioculturale, potremmo individuare una possibile spiegazione nel fatto che tendiamo sempre più a chiuderci in noi stessi. Ci convinciamo che i problemi siano una questione privata, e che spetti solo a noi risolverli. Ci sentiamo soli nel nostro dolore: a volte pensiamo di essere noi la causa del nostro malessere, altre volte invece vogliamo individuare negli altri i colpevoli di ciò che non va. Vivendo in un contesto individualista, crediamo che anche la cura dei nostri mali debba forzatamente iniziare, svolgersi e terminare in solitudine. La frase “si nasce e si muore soli” forse non è mai stata così vera e oggi sembra essersi trasformata in “si guarisce solo da soli”. Eppure, accogliere un nostro caro in terapia – sia come co-protagonista che come testimone – potrebbe condurci verso una visione diversa, più collettiva, della cura di sé. Coinvolgere l’altro nel proprio percorso di guarigione non solo può alleviare un dolore intimo e personale, ma anche un malessere più globale.

Le nostre emozioni, le nostre sofferenze e perfino i nostri sintomi si intrecciano con le relazioni, con la storia della nostra famiglia e con l’ambiente che ci circonda.

Alessio Simonini, 26 anni

Psicologo ATP/FSP, psicoterapeuta in formazione

Tornando alla nostra domanda, dobbiamo considerare anche un secondo livello, quello micro, che riguarda la nostra coppia o la nostra famiglia. È qui che entrano in gioco i fondamenti della psicoterapia familiare. Quando un terapeuta vi chiede, talvolta con fermezza, di accogliere “l’intruso”, non vi sta dicendo che sia colpa sua, né che non siate in grado di affrontare la terapia da soli.

Vi sta semplicemente comunicando che la vostra problematica può essere compresa insieme all’altro, e che si può far stare bene più di una persona nello stesso momento, possiamo — per usare un proverbio — “prendere due piccioni con una fava”. Spesso le nostre sofferenze sono simili a quelle di un fratello o di una sorella con cui abbiamo condiviso gli stessi genitori e la stessa infanzia. Questo può essere difficile da credere, soprattutto quando due fratelli esprimono il medesimo disagio in modi completamente diversi, a volte persino opposti. Non di rado, il nostro dolore affonda le sue radici nella storia di nostra madre o di nostro padre, ancora prima che nascessimo. Anche questo può essere difficile da accettare, soprattutto se, guardando il nostro genitore, vediamo tutto ciò che non vorremmo essere; oppure se la sua sofferenza si manifesta in una forma con cui è difficile empatizzare.

Cosa ci frena dal desiderare la presenza di un nostro parente in seduta? Forse il pensiero che il nostro disagio non abbia nulla a che vedere con la nostra famiglia? O, al contrario, la convinzione che la fonte di tutto sia proprio nei nostri genitori o nel nostro partner?

Molto spesso diventa difficile “fare i conti senza l’oste”: in pratica, diventa complicato aiutare un paziente che attribuisce la sua depressione alla relazione matrimoniale, o aiutare un adolescente che fa uso massiccio di THC ed è convinto che i genitori non possano comprenderlo né essere utili in terapia se non per giudicarlo.

Siamo così abituati a prenderci cura di noi stessi da soli che, quando la terapia accoglie più di una persona alla volta, la stanza si trasforma velocemente in un tribunale. Temiamo che, rivelando le nostre fragilità davanti a genitori, fratelli o partner, questi “intrusi” possano usarle come frecce per colpirci; oppure che le nostre fragilità possano ferire chi ci sta accanto.

Dobbiamo provare a uscire da una visione “giuridica” della terapia, dove le parole diventano accuse o giudizi. Possiamo invece pensarle come veicoli di comprensione e di compassione.

Il termine intruso deriva dal verbo intrudere, che significa “introdurre con forza, spingere dentro”. In terapia, l’altro diventa “intruso” solo se il terapeuta o il paziente ne ostacolano l’entrata. Se provassimo invece a farlo entrare, ad accoglierlo, ci renderemmo conto che poi tanto intruso non è, visto che spesso dentro di lui troviamo una sofferenza familiare, forse la nostra stessa.

Decidere di non accogliere quella persona, in un certo senso, equivale a non accogliere la nostra stessa sofferenza: a rifiutarla, a non integrarla.

Pensare che uno psicoterapeuta possa ricostruire da solo l’intera storia della vostra vita, comprenderla, darle senso e interpretare i vostri sintomi è un po’ come immaginare un chirurgo che sceglie di operare un solo organo, ignorando completamente il resto del corpo. Forse riuscirebbe a intervenire tecnicamente, ma senza sapere come quell’organo dialoga con gli altri e come si inserisce in un sistema più ampio, rischierebbe di curare un sintomo trascurandone la causa.

Ogni parte del corpo, infatti, vive in relazione con le altre: il cuore non batte da solo, lo stomaco non digerisce da solo, il cervello non pensa da solo. Allo stesso modo, la mente non esiste in isolamento. Le nostre emozioni, le nostre sofferenze e perfino i nostri sintomi si intrecciano con le relazioni, con la storia della nostra famiglia e con l’ambiente che ci circonda.
Per questo, a volte, accogliere in terapia un genitore, un partner o un fratello non significa delegare la cura a qualcun altro, ma permettere al terapeuta di vedere il quadro completo — il corpo intero — e non solo un suo frammento.

Forse, a volte, ci crediamo troppo padroni della nostra storia, dimenticando che gli altri narratori, anche se alcuni di loro ci hanno fatto molto male e altri ci sembrano irrilevanti, potrebbero essere una delle porte d’ingresso alla nostra guarigione.